Biologia

Conus

Biologia

INTRODUZIONE
A chi non è mai capitato di trovarsi a passeggiare sulla riva del mare e di non aver resistito alla tentazione di chinarsi e raccogliere una conchiglia? Penso che siano davvero in pochi a poter dire di non averlo mai fatto. Le conchiglie sono state, da sempre, un oggetto di interesse per l’uomo, come fonte di cibo per il mollusco che contengono e per la loro bellezza decorativa. Non tutte sono appariscenti e quindi in grado di catturare immediatamente la nostra attenzione, ma ve ne sono alcune di fronte alle quali è difficile resistere alla tentazione di allungare la mano per toccarla o raccoglierla. I Coni appartengono ad una delle tante famiglie di gasteropodi marini che popolano i mari e gli oceani del nostro pianeta e sono fra le conchiglie più ricercate dai collezionisti. Sono quindi oggetto di “caccia” da parte delle popolazioni locali che vivono nelle zone in cui si trovano e di ricerca da parte di chi li colleziona e che, in più, ha anche la passione per la subacquea, praticata sia con maschera e boccaglio che con le bombole. Sono però potenzialmente pericolosi anche per l’uomo, perché il loro mollusco, per cibarsi, paralizza la preda lanciandole contro un dardo la cui punta è intrisa di veleno. Questo veleno risulta letale per i vermi, per gli altri molluschi ed anche per i piccoli pesci e può essere mortale anche per i mammiferi, uomini compresi. Per fortuna, le specie il cui veleno è mortale per l’uomo sono solo quattro in tutto l’Indo Pacifico e sono facilmente riconoscibili. Questa serie di articoli vuole essere di informazione per chi, andando sott’acqua, si troverà di fronte ad un Cono e vorrà raccoglierlo in tutta tranquillità e sicurezza. Ma sarà anche l’occasione per conoscere un pò più da vicino uno dei Generi più complessi ed affascinanti di tutto il Regno Animale.

DISTRIBUZIONE
I Coni sono una delle famiglie di gasteropodi marini più diffuse in tutta l’area tropicale dell’Oceano Atlantico e dell’Indo Pacifico. Alcune specie si trovano anche nelle aree subtropicali e nell’emisfero boreale e si spingono verso Nord fino alle coste della Florida settentrionale e della Georgia nell’America Settentrionale; lungo le coste del Portogallo, della Francia meridionale e della Croazia in Europa; le coste del Giappone meridionale, le isole Midway, le Hawaii e il Golfo di California nel Pacifico. Nell’emisfero australe si spingono verso Sud fino alle coste dell’Uruguay nell’America Meridionale; fino a Cape Agulhas punta meridionale dell’Africa; fino alle coste meridionali dell’Australia e della Nuova Zelanda settentrionale nel Pacifico Occidentale e fino all’isola di Pasqua nel Pacifico Orientale. Per le coste dell’America Meridionale i ritrovamenti si fermano all’Ecuador e mancano notizie per quanto riguarda il Cile.

ANATOMIA MOLLE E SISTEMA RADULARE
I Coni sono fra i gasteropodi marini predatori più altamente evoluti. Alla loro Superfamiglia di appartenenza, Conoidea (detta anche Conacea o Toxoglossa (lingua tossica ), appartengono anche i Turridi e le Terebre.
La loro anatomia esterna comprende un largo piede per lo scivolamento, che in quasi tutte le specie supporta un piccolo opercolo corneo; due piccole antenne con gli occhi, una a destra e una a sinistra; un sifone sul lato sinistro che si protende al di fuori della sabbia quando il mollusco è infossato e che serve per portare acqua alla branchia; una proboscide, che si trova sopra al piede e della quale è normalmente visibile il rostro (o guaina) della proboscide che la copre quando non è in uso. Il rostro può essere molto piccolo e non molto distinto dalla proboscide, oppure grande ed avere un margine con lunghe frange. Questo organo è molto elastico e si può allargare ed allungare molto, soprattutto nei grandi piscivori. Sulla parte destra si trova poi, nei maschi, il pene che contiene il condotto spermatico, mentre nelle femmine c’è un foro a volte con un collare rialzato. Questo dimostra che i Coni hanno sessi diversi. Di norma, le femmine hanno una conchiglia di dimensione maggiore rispetto ai maschi perché devono portare le uova all’interno del loro corpo che poi depongono dentro a delle capsule ovigere. Al momento della schiusa ci sono due differenti situazioni. Alcune specie di Coni hanno lo stadio di veliger, vale a dire un “momento di vita” in cui la larva si lascia trasportare dalle correnti marine ed è quindi in grado di viaggiare verso ogni angolo degli oceani. Per contro, altre specie non hanno questo stadio e la larva rimane nel luogo della schiusa ed il mollusco avrà un’area di distribuzione molto più limitata. Torniamo alla descrizione del mollusco: alla base del sifone c’è la branchia che consiste di una struttura singola abbastanza piumata e variabile nel numero e nella dimensione dei filamenti a seconda delle differenti specie. Dell’anatomia interna, quello che ci interessa qui conoscere è tutto ciò che riguarda il sistema radulare. La radula, nei molluschi, è composta da numerose file di piastre chitinose di varia forma e misura che si trovano nella parte anteriore della faringe e che servono per raschiare il cibo, composto soprattutto da erba e piantine acquatiche.
Nei Coni invece non troviamo niente di tutto questo. Il loro sistema radulare è più complesso ed è formato da tre parti base: un grande bulbo velenifero trasversale, un condotto velenifero lungo e molto contorto e il sacco radulare che contiene i denti radulari. Il bulbo velenifero non produce il veleno (che viene prodotto da una vescica detta ghiandola di Leiblin), ma pare che serva come aiuto per spingerlo, attraverso il condotto, dentro i denti radulari.
Il veleno dei Coni varia da specie a specie (così come varia il DNA), ma di questo parleremo più avanti. Il bulbo è poco variabile ed è la parte più grande del sistema; di solito ha la forma simile a quella di un rene, con il condotto velenifero che parte dal lato destro della zona più assotigliata. Il condotto velenifero non è solo un semplice condotto per trasportare un liquido da un punto a un altro, è di natura granulosa ed è quello che secerne effettivamente il veleno. Il sacco radulare varia in forma e dimensione da specie a specie e consiste di due differenti bracci: il braccio “di riserva”, che apparentemente genera i denti, e il braccio “pronto” che contiene solo pochi denti completamente sviluppati.
Il sacco è attaccato allo stomaco vicino alla base della proboscide, dalla parte opposta degli organi genitali. In alcune specie il collegamento è minimo, in altre è piuttosto lungo.
All’interno del braccio “di riserva” ci sono denti a diversi stadi di sviluppo, ciascuno collegato al sacco per mezzo di una delicata guaina che si stacca facilmente.
Ogni dente ha un tubo cavo con almeno un’apertura vicino alla punta, di solito sotto un grande barbiglione. I lati del tubo si sovrappongono leggermente ed hanno, in molte specie, dei bordi leggermente seghettati.
I denti sono separati, ma sono riuniti in gruppi da un muco abbastanza denso.
I denti completamente formati passano dal braccio “di riserva” a quello “pronto” con un passaggio non ancora ben conosciuto e poi vanno nello stomaco e di lì alla proboscide.
Da qualche parte, durante questo percorso, sono riempiti di veleno. In molte specie raccolte vive si è trovato un dente pronto all’azione dentro la proboscide.
Si potrebbe definire come “un colpo in canna”. Il veleno è di colore giallastro o biancastro, è abbastanza granuloso e viscoso ed ha un pH alcalino di 7,8 - 8,1.
È relativamente immune sia al riscaldamento che al congelamento e resta altamente tossico anche dopo di versi trattamenti.
La chimica del veleno è poco conosciuta e molto complessa. Più avanti cercherò di dare, da collezionista di Coni quale sono e non da biologo, alcune informazioni su quello che si conosce sull’argomento. I denti sono di diversi tipi, anche se hanno una struttura base in comune, e variano molto in forma e dimensione da gruppo a gruppo di specie.
Essi possono essere raggruppati in tre tipi principali: 1- piscivori, 2- molluscivori, 3- vermivori. I denti piscivori sono di solito allungati ed hanno dei barbiglioni terminali lunghi e ricurvi; hanno un’asta lunga e liscia, senza barbiglioni alla base.
Sono naturalmente associati alle specie che si cibano di pesci e sono, di solito, i più pericolosi per l’uomo. I denti molluscivori sono caratterizzati dall’avere molte seghettature sopra la maggior parte dell’asta; sono abbastanza slanciati ed hanno un barbiglione evidente vicino alla base ed alla fine delle seghettature.
Questi denti sono associati ai Coni che si cibano di altri molluschi, Coni compresi.
Alcuni di essi sono molto pericolosi per l’uomo, ma non quanto quelli piscivori. I denti vermivori sono probabilmente il tipo più comune; di solito sono relativamente corti e larghi e non hanno barbiglioni molto sviluppati sulla punta; le loro seghettature sono spesso molto evidenti, con almeno uno o più barbiglioni vicino alla metà dell’asta.
La loro caratteristica più evidente è una grande cuspide basale sul lato sinistro che sporge molto dall’asta.
Si è pensato che questa cuspide serva a far rimanere il dente nella proboscide dopo che è stato iniettato dentro il verme.
Se effettivamente così, il Cono potrebbe avere una leva extra per tirare fuori il verme dal suo buco dopo averlo colpito. Pochi vermivori sono veramente pericolosi per l’uomo, anche se le specie più grandi possono arrecare punture con dolorosi rigonfiamenti.
I Coni vermivori hanno l’apertura della conchiglia stretta; quelli molluscivori l’hanno abbastanza larga; quelli piscivori l’hanno generalmente molto larga.

Profondità

HABITAT E ABITUDINI
La maggior parte delle specie di Coni vive nella fascia compresa fra la zona della bassa marea e i 40-50 metri di profondità, con la maggioranza delle specie che si ferma ai -20 metri. Un numero minore di specie si spinge fino ai -200-250 metri. Un numero ancora minore raggiunge i 500-675 metri di profondità. Infine, pochissime specie possono arrivare a superare i 1000 metri. Esemplari di Conus teramachii sono stati dragati da una profondità di 1134 metri nelle acque della Nuova Caledonia già fino dalla fine del 1800.Ai giorni nostri, alcuni esemplari di Conus hivanus sono stati dragati da una profondità di 1250 metri nelle acque dell’Arcipelago delle Isole Marchesi, nella Polinesia Francese. L’habitat classico dei Coni è la sabbia, fine o grossolana, dove la maggior parte di essi vive infossata. Le zone preferite sono le lagune create dalle barriere coralline. Altri fondali preferiti sono quelli con detrito corallino e piante. Anche le zone rocciose vanno bene, ma devono esserci sempre delle sacche di sabbia nelle quali stare nascosti nei momenti di riposo. Come si vede, i Coni preferiscono le zone con acque calme, ma alcune specie si possono trovare anche nelle zone con acque più mosse come i canali di accesso alle lagune e quelli che si trovano all’esterno delle barriere o proprio sulla loro sommità, dove le onde del mare aperto si frangono contro la parte superiore delle barriere stesse. La quasi totalità dei Coni ha abitudini notturne perché è in questa parte della giornata che il mollusco esce dal suo nascondiglio diurno e va in cerca di cibo. Solo una piccola parte dei Coni viventi si mostra anche di giorno e a volte è possibile vedere qualche esemplare strisciare sulla sabbia, all’interno delle ramificazioni coralline o sull’erba verde che copre sassi e rocce. Ovviamente, non è così facile poterli incontrare. Bisogna conoscere bene il loro habitat e riconoscere la forma caratteristica, soprattutto quando si cerca tra i ciottoli e il pietrisco grossolano. I Coni, o meglio una parte di loro, hanno un altro mezzo per mimetizzarsi, vale a dire il loro periostraco. Ogni conchiglia è divisa strutturalmente in tre parti: endostraco, mesostraco e periostraco. L’endostraco è la parte più interna ed è costituito da madreperla, formato da una alternanza di lamelle di conchiolina e di aragonite disposte parallelamente alla superficie esterna del mantello. Il mesostraco è formato da prismi di calcite o di aragonite disposti perpendicolarmente alla superficie. È la parte mediana; quella principale ed anche la più ispessita della conchiglia. Il periostraco è la parte esterna; ed è costituito da conchiolina e può avere spessore e trasparenza diverse.
Tornando al periostraco dei Coni, in alcune specie è sottile e trasparente, in altre è più ispessito e semitrasparente, in altre ancora ha aspetto setoso ed è completamente opaco e di colore scuro; infine, ci sono Coni in cui il periostraco ha dei piccoli ciuffetti disposti secondo file spirali equidistanti fra loro. I Coni che hanno il periostraco opaco e scuro sono fra i più difficili da individuare. Inoltre, molto spesso la conchiglia è coperta da incrostazioni coralline a volte addirittura ramificate e quindi non ci si deve assolutamente meravigliare quando ci si sente dire che “là sotto non c’era neppure un Cono”. Invece il Cono c’era, ma era irriconoscibile! Per quanto riguarda le abitudini alimentari, possiamo dividere i Coni in tre grandi categorie: vermivori, molluscivori e piscivori, a seconda del tipo di cibo preferito. Di regola, una specie appartiene ad una sola categoria, ma si conoscono Coni che possono essere molluscivori e piscivori contemporaneamente.
Alcune specie, poi, possono essere definite “cannibali” in quanto si cibano dei loro “cugini di genere”. Studi recenti su esemplari viventi in acquario stanno anche evidenziando che alcune specie sono vermivore nello stadio giovanile e poi piscivore in quello adulto.

Curiosità

PERICOLOSITA'
In linea di massima si può dire che tutti i Coni sono pericolosi, dato che tutti hanno i denti veleniferi in grado di provocare rigonfiamenti e dolore.
Per fortuna, la maggior parte di essi sono piccoli e si cibano di vermi e, quindi, le conseguenze per l’uomo sono abbastanza trascurabili; nel peggiore dei casi il loro colpo assomiglia a quello di una vespa. Il vero problema è dato dai grandi piscivori e dai pochi molluscivori conosciuti come molto pericolosi. È ormai risaputo da tempo, al di fuori di ogni dubbio, che il veleno dei grandi piscivori è capace di uccidere un uomo. Specie quali Conus geographus e Conus striatus possono diventare molto grandi ( rispettivamente mm. 170 e mm. 130), hanno delle aperture larghe, hanno delle proboscidi lunghe e molto estensibili e capaci di raggiungere qualsiasi punto della loro conchiglia e sono molto attive. Queste due specie devono essere maneggiate con molta attenzione sia in acqua che al di fuori di essa. In entrambe le specie il dente radulare può essere lungo più di 10 mm. (in un C. geographus lungo 140-150 mm. può sfiorare i 20 mm.) ed è in grado di bucare un tessuto sottile.Le punture di queste due specie possono essere fatali; nel migliore dei casi possono causare una temporanea paralisi degli arti e una prolungata difficoltà nella respirazione.
Un pericolo minore è rappresentato dai piscivori più piccoli che hanno comunque delle aperture larghe. Essi comprendono Conus tulipa, Conus obscurus, Conus fragilissimus, Conus magus e specie correlate, Conus monachus, Conus catus e Conus stercusmuscarum. La dimensione relativamente più piccola di queste specie e i loro denti radulari più corti (che di rado superano i 5 mm. di lunghezza) non devono trarre in inganno ed esse devono essere considerate ugualmente molto pericolose. È ancora materia di discussione se il veleno dei molluscivori possa essere pericoloso per l’uomo oppure no.
Al contrario di quello che si sente dire, ci sono ancora dei dubbi sul fatto che le punture di Conus textile, una grande specie molto comune nell’Indo Pacifico, abbiano provocato la morte di qualche essere umano. Test di laboratorio sul veleno di questa specie e su quello di Conus aulicus e di Conus marmoreus non hanno provocato la morte delle cavie. Fortunatamente, queste non sono specie molto aggressive e il loro disegno a tenda può essere facilmente riconosciuto attraverso il sottile periostraco, quando sono in acqua. Tutti i Coni con disegno a tenda devono essere considerati potenzialmente pericolosi e devono essere maneggiati con attenzione, soprattutto gli esemplari che superano i 50 mm. di lunghezza. In particolare, Conus gloriamaris e specie correlate devono essere considerate pericolose per via della loro grande dimensione (fino a 170-180 mm.). Anche alcuni grandi vermivori, fra i quali Conus leopardus, Conus litteratus, Conus quercinus, Conus imperialis e Conus betulinus, possono essere considerati pericolosi per via della loro grande dimensione (fino a 225 mm.), ma il loro veleno non rappresenta un reale pericolo per i mammiferi.
Il veleno dei piscivori (ed anche quello dei grandi molluscivori) agisce, per molti aspetti, come quello dei serpenti velenosi elapidi (cobra, serpente corallo, serpente di mare).
C’è solo un breve lasso di tempo per il trattamento prima che gli effetti della puntura diventino generalizzati, speso meno di 5 minuti.
Pare che, comunque, il ricovero nell’ospedale o nel presidio medico non possa oltrepassare l’ora di tempo, perché dopo qualsiasi intervento sarebbe inutile. La puntura causa un rigonfiamento immediato e localizzato, seguito subito da arrossamento e intorpidimento della parte colpita. Il veleno, entrando in circolo, blocca gradualmente l’azione nervosa in tutte le estremità causando intorpidimento, formicolio, vomito e dolore, a volte acuto.
Ben presto viene raggiunto il diaframma e cominciano le difficoltà respiratorie, dal momento che i polmoni diventano poco attivi e incapaci di contrarsi ed espandersi per una corretta respirazione. Questi sintomi sono seguiti da fortissimi capogiri, incapacità di mettere a fuoco la vista, difficoltà nel deglutire e nel parlare. La morte avviene per arresto cardiaco ed è il risultato della difficoltà respiratoria. Per quello che si conosce fino ad oggi di questa materia, l’effetto del veleno è dovuto all’azione sinergica di diversi tipi di conotossine: le W-conotossine impediscono l’ingresso del calcio nelle terminazioni nervose e inibiscono il rilascio dell’acetilcolina; le M-conotossine modificano i canali del sodio nelle cellule muscolari; le A-conotossine bloccano i ricettori nicotinici dell’acetilcolina.
Si è anche scoperto che l’inibizione dei recettori nervosi è provocata dall’azione di due diversi tipi di peptidi, le conantochine e le omega-conotossine. Gli scienziati, anzi i neuro scienziati, sono oggi molto interessati alle caratteristiche dei veleni dei Coni; veleni al plurale, in quanto ogni specie di Cono è dotata di due tipi di tossina la cui composizione è molto variabile da specie a specie.
Ogni Cono ha le sue tossine e ne sono state identificate centinaia e centinaia, anche se esse sono fondamentalmente di due tipi. Queste conotossine hanno però anche aspetti molto interessanti nel campo terapeutico e si stanno facendo esperimenti di laboratorio che stanno dando risultati promettenti : è stato evidenziato che dei numerosissimi composti di peptidi (fra i 70mila e i 140mila) alcuni sarebbero in grado di sostituire la morfina e servire nella cura dell’Aids e del cancro, mentre altri potrebbero essere utili nei casi di emorragie cerebrali, morbo di Parkinson e Alzheimer, incontinenza urinaria e aritmia cardiaca.

CURE POSSIBILI
Tornando alla malaugurata eventualità della puntura di un Cono, nell’attesa delle cure, prima e durante il trasporto, si può seguire la seguente procedura:

Aiuto immediato
Calmare il paziente e metterlo in posizione distesa e immobile con le estremità pendenti. Cercare di togliere il dente radulare, se ancora presente e visibile, e fare sanguinare la ferita incidendo la carne con un coltello. Quando possibile, immergere la ferita in acqua calda, non bollente, o tenere una sigaretta accesa o una fiamma vicino ad essa, perché così alcune proteine del veleno possono essere distrutte. Se non si hanno medicinali per un pronto intervento, dare almeno un caffè molto forte. Sarebbe comunque bene avere con sé almeno un cardiotonico (Heptamyl, Coramine, Sympatol). Vigilare il paziente e fare la respirazione bocca a bocca in caso di difficoltà respiratoria.

Da non fare assolutamente
Agitarsi inutilmente o minimizzare l’incidente. Somministrare morfina o suoi derivati che sono pericolosi per la respirazione, dal momento che hanno una potente azione depressiva sul centro del respiro e potrebbero portare anche ad uno stato di coma. Applicare un laccio emostatico, dal momento che il suo uso potrebbe portare ad uno shock nel momento della rimozione. Azioni seguenti nel presidio medico.
Se ancora utile, si deve provvedere ad un bendaggio che blocchi la circolazione venosa e linfatica a monte della ferita (quella arteriosa distale rispetto alla ferita non dovrebbe avere conseguenze), da rimuovere dopo 5 o 6 ore. Ai giorni nostri non è ancora disponibile alcun antidoto nei confronti del veleno dei Coni. Quello che si può fare è combattere il dolore con un anestetico ad azione locale (Lidocaina all’ 1-2
) o con un analgesico non a base di morfina. Il primo indispensabile trattamento da fare è per l’insufficienza respiratoria e per i problemi cardiovascolari. La terapia di cura è purtroppo ancora a livello empirico e consiste nell’utilizzare, contro la paralisi, Edrophonium IV 10 mg., mentre, nel caso di manifesta ipotensione si può somministrare una dose di 2-4 mg. di Naloxone IV che blocca la risposta vasodepressiva delle beta-endorfine. Si può anche somministrare un antistaminico (Phenergan, Polaramine, Bentelan) e fare una iniezione di Adrenalina 0,5 cc. o di Anthisan 2 cc. o Celestene, o Soludecadron, o Hydrocortison endovenoso. Dopo, si deve disinfettare la ferita e si possono somministrare antibiotici al fine di evitare infezioni secondarie, dato che la ferita tende ad infiammarsi. Resta comunque il fatto che non sempre si hanno a disposizione dei medicinali e che un ospedale non è sempre vicino, dal momento che le zone in cui vivono i Coni pericolosi sono le barriere coralline di atolli a volte sperdute negli oceani. Si potrebbero portare con sé alcuni medicinali, ma il rimedio migliore resta la prevenzione.
Intanto, non si devono fare immersioni con bombole o snorkeling da soli. Meglio essere almeno in due. Poi si devono seguire alcune precauzioni elementari: indossare almeno una muta leggera (anche per proteggersi dai raggi del sole e dagli eventuali sfregamenti contro i coralli, soprattutto il così detto corallo di fuoco) e mettere dei guanti abbastanza robusti. Se si vede una scia nella sabbia, non bisogna affondare le mani alla cieca, ma fare sondaggi con il coltello o con un altro oggetto, per portare fuori l’eventuale Cono.
Questo va fatto, anche perché potrebbe non trattarsi di un Cono. Una volta che il Cono è allo scoperto, è meglio restare a debita distanza da lui e farlo rotolare su sé stesso (sempre usando il coltello) fino a che il mollusco non si sia ritirato all’interno della conchiglia.
Solo allora si potrà prendere il Cono, dalla parte della spira, e metterlo all’interno del sacchetto o della borsa che avremo portato con noi. Un’altra precauzione : meglio usare contenitori trasparenti e abbastanza ispessiti. Se si ha un sacchetto di plastica leggera, meglio metterne due, uno dentro l’altro. Ricordarsi delle potenzialità di Conus geographus.
Questo sarà utile anche dopo, quando, al di fuori dell’acqua, andremo a togliere i Coni raccolti dal contenitore. È meglio vedere dove si mette la mano perchè Cono avverte che è al di fuori del suo elemento naturale e può avere due reazioni: o resta tranquillo e timoroso all’interno della conchiglia o diventa attivo e quindi molto pericoloso. Avere un contenitore opaco ed infilarci la mano nuda è una grossa sciocchezza, quasi quanto quella di infilarsi un Cono nello slip. Diversi incauti turisti, ammirati dalla bella conchiglia, hanno commesso questa leggerezza perché non tutti quelli che scendono in acqua conoscono i Coni. Per fortuna, sono pochi quelli che li vanno a cercare per collezionarli o rivenderli e i Coni veramente pericolosi hanno un periostraco trasparente che lascia vedere il disegno della conchiglia e che la rende immediatamente riconoscibile. Molti poi sono dragati, o presi con reti a strascico, o catturati con nasse. Tutti coloro che operano in questi settori conoscono la loro pericolosità e sanno come maneggiarli. Resta la vecchia regola del mare: non si deve avere paura di lui, ma bisogna rispettarlo e prendere le debite precauzioni. Se una cosa non la si sa, meglio non farla. Se una conchiglia non la si conosce, meglio lasciarla dove si trova.

Storie e Leggende

CENNI STORICI
Tornando invece alla storia, bisogna dire che, assieme alle Cypraee, i Coni hanno sempre avuto degli estimatori. Già Aristotele deve averli conosciuti, anche se fino a noi non sono arrivate notizie sicure in merito ai risultati degli studi del primo ricercatore zoologico sugli invertebrati.
La prima notizia certa riguardo un Cono è data da una illustrazione da xilografia della metà del Cinquecento ad opera di Pierre Belon, un naturalista francese.
Da quel momento in poi, molti studiosi hanno cominciato ad occuparsi dei Coni e diversi artisti li hanno raffigurati nei loro dipinti.
Due nomi per tutti, quelli di Rembrandt che, nel 1650 ha inserito Conus marmoreus in una delle sue tele e quello di Giorgio Morandi che nel 1921, ispirandosi a Rembrandt realizzerà la famosa Conchiglia.
Ulisse Aldrovandi, un naturalista ed entomologo italiano della metà del ‘500, fu probabilmente il primo che si dedicò allo studio del Coni fossili. Filippo Bonanni, un altro naturalista italiano, illustrò delle specie di Coni chiaramente riconoscibili. Prima della fine del 17° secolo, anche i tre Lister pubblicarono la prima monografia dedicata alle conchiglie dei molluschi.
Infine, Georg E. Rumphius, un botanico tedesco che visse per molti anni in Indonesia, fu il primo a dare notizia della morte di un essere umano a causa della puntura di un Cono.
Nel corso del 18° secolo furono molti gli Autori che si occuparono dello studio dei Coni.
Albertus Seba e Franz M. Regenfuss, rispettivamente naturalista e pittore tedeschi, pubblicarono diverse tavole con rappresentazioni di Coni che vennero indicati con diversi nomi, alcuni dei quali sarebbero poi rimasti anche nella attuale nomenclatura (“cedonulli” – “gloria maris”).
Antoine Joseph Dezallier d’Argenville, nel suo Compendio sulla conchiliologia dedicò parecchie pagine di testo e tre tavole di immagini ai Coni.
Michel Adanson, un botanico francese, in un grande volume sui molluschi del Senegal inserì 15 pagine di descrizioni dettagliate e 1 tavola con otto specie di Coni (non tutte del Senegal….) e descrisse le caratteristiche della anatomia esterna dei molluschi.
Il primo studio anatomico dettagliato sui Coni fu fatto da Giuseppe Saverio Poli, naturalista e fisico italiano, forse già prima della fine del 18° secolo, anche se le sue immagini, accuratamente colorate, furono pubblicate solo nel 1826 dopo la sua morte, avvenuta l’anno precedente. Molto importante poi, per tutta la determinazione del mondo animale e vegetale, è stata l’opera di Carl von Linné, biologo e scrittore svedese, che introdusse (nel 1758) l’uso del sistema binominale per l’assegnazione di un nome ad ogni specie presente sul nostro pianeta. Altri famosi Autori si sono occupati di Coni fra la fine del 18° e l’inizio del 19° secolo.
Fra di essi possiamo ricordare Martini, Chemnitz, Gmelin, Hwass, Bruguière, Olivi, Salis Marschlins, Röding, Bosc, Holten, Lamarck, Fischer, Péron, Link e Perry.
Nel corso del 19° secolo si possono ricordare i nomi di Dillwyn, Swainson, Deshayes, Wood, Menke, Reeve, Sowerby I, Sowerby II, Sowerby III, Bronn, Brocchi, Philippi, Küster, Dall, per citare i più famosi.
Le ricerche e gli studi sono proseguiti con sempre più impegno anche nel corso del 20° secolo.
I nomi da citare possono essere quelli di Walls, Röckel, Kohn, Korn, Delsaerdt, Richard, Lauer, da Motta, Rolán, Monteiro, Marsh, G. Raybaudi.
Ma ce ne sono tanti altri di minore importanza. Al giorno d’oggi, purtroppo, dobbiamo assistere ad un autentico scempio. Autori improvvisati pubblicano su riviste compiacenti di nessuna importanza malacologia, descrizioni di specie “nuove” con il solo scopo di procurarsi celebrità a basso prezzo, incuranti del danno che provocano alla Scienza (quella vera) ed alla confusione che possono creare nella mente dei collezionisti neofiti.

Marco Bettocchi per contattare Marco scrivete a conusmarmoreus@fastwebnet.it


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