Informazioni
Immersione
L’immersione inizia generalmente sulla verticale del relitto. Appena entrati in acqua appare subito sotto i subacquei la grande sagoma scura dello scafo, adagiato sulla sabbia corallina e disposto perpendicolarmente rispetto al reef. È consigliabile iniziare l’esplorazione dalla zona più profonda, dove si trova la caratteristica poppa con la grande elica a quattro pale e l’imponente timone, che costituiscono un soggetto fotografico particolarmente suggestivo. Proseguendo lungo il lato di tribordo (il lato destro guardando dalla poppa) e risalendo lentamente verso quote meno profonde si incontra uno dei bighi di carico, reclinato sul fondale. Poco oltre, a circa -19 metri, si trova il fumaiolo. Continuando lungo il ponte si raggiungono le aperture delle stive, dove si può osservare come il carico di piastrelle “Made in Italy” si sia accumulato in modo caotico all’interno dello scafo a seguito dell’impatto contro la barriera corallina. Prestando attenzione a non sollevare il sottile strato di sedimento presente sul fondo delle stive è possibile accedere alla sala macchine, dove domina ancora il grande motore diesel a nove cilindri. Sebbene completamente ricoperto di ruggine, il motore trasmette ancora un forte senso di potenza meccanica; attorno sono visibili diversi attrezzi da lavoro appartenuti all’equipaggio. Per esplorare l’interno della nave è indispensabile l’uso di una torcia subacquea, poiché la luce che penetra dagli oblò e dai portelloni non è sufficiente a illuminare gli ambienti interni. Le stive sono particolarmente suggestive grazie ai fitti branchi di pesci vetro (glassfish) che si muovono nella penombra. Le lamiere esterne sono già colonizzate da numerosi organismi sessili e pesci di barriera che colorano l’intero relitto. Proseguendo verso prua si raggiunge la zona del troncone anteriore, dove spesso si possono osservare branchi di Platax sospesi nella colonna d’acqua. Continuando lungo ciò che resta del ponte superiore si arriva alla zona di prua, completamente devastata dalle maree. Spostandosi verso la parete del reef si osservano le murate di pruavia appoggiate sul fondale e numerose lamiere contorte, resti della prua affilata che un tempo solcava queste acque. Poco distante si trova l’occhio di cubia con la catena dell’ancora ancora inserita. Sulla superficie del reef è chiaramente visibile un profondo solco provocato dall’impatto della nave, testimonianza della violenza con cui il cargo colpì il reef di Abu Nuhas. L’immersione è particolarmente consigliata nel pomeriggio, quando la luce illumina completamente il ponte del relitto.
Storia
Nell’agosto del 1981 il capitano Kanellis si trovava in Italia a bordo del cargo greco da lui comandato, il Chrisoula K.. Dopo aver completato le operazioni di carico – costituite principalmente da piastrelle di produzione italiana – la nave salpò con destinazione Jeddah, in Arabia Saudita. All’alba il Chrisoula K. lasciò il porto per attraversare il tratto di mare che collega Suez allo stretto di Gubal. Per oltre due giorni il comandante era stato impegnato a ottenere i necessari permessi di navigazione per attraversare il canale. Una volta uscita dal canale, con circa 600 miglia di navigazione ancora davanti, il capitano decise di riposare affidando il comando a uno dei suoi ufficiali. Il riposo durò però pochissimo: Kanellis fu svegliato bruscamente da un forte boato che segnò il destino della nave. Con i motori a piena potenza il Chrisoula K. si schiantò contro il lato nord-orientale del reef di Abu Nuhas. Era il 31 agosto 1981. L’impatto fu estremamente violento e provocò danni irreparabili allo scafo. La prua si staccò completamente dal resto della nave, rimanendo incastrata sulla sommità del reef per diversi anni, fino a quando le mareggiate la distrussero completamente. Fortunatamente non vi furono vittime e l’intero equipaggio riuscì a mettersi in salvo grazie ai soccorsi provenienti da Suez. È probabile che la causa dell’incidente non sia stata il maltempo, ma piuttosto un errore umano: la velocità con cui la nave colpì il reef suggerisce che l’equipaggio fosse convinto di trovarsi su una rotta sicura e priva di ostacoli. La violenza dell’impatto provocò l’immediato affondamento della nave.