Informazioni
Immersione
Il relitto del Macallè non è accessibile alle immersioni ricreative. Studi e spedizioni recenti indicano che lo scafo principale del sommergibile si trova probabilmente a grandi profondità, intorno ai 400 metri. Tuttavia, nel 2014, una spedizione guidata dal regista italo-argentino Ricardo Preve individuò frammenti metallici del sommergibile tra 60 e 80 metri di profondità lungo la parete del reef di Barra Musa Kebir. Questi rottami sarebbero parti della sovrastruttura del battello, staccatesi durante l’urto contro la barriera corallina prima dell’affondamento definitivo. Durante la stessa spedizione fu anche individuata la probabile posizione della tomba di Carlo Acefalo sull’isola. Dopo anni di ricerche e autorizzazioni, nel 2017 una missione con specialisti di antropologia e archeologia forense riuscì a recuperare i resti del marinaio, che vennero successivamente riportati in Italia e sepolti nel 2018 nel cimitero di Castiglione Falletto, in Piemonte. La vicenda è stata raccontata nel documentario “Tornando a casa”, realizzato dallo stesso Ricardo Preve.
Storia
Il 10 giugno 1940, con l’entrata dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, i sommergibili della flotta italiana del Mar Rosso furono tra le prime unità a entrare in azione. Pochi giorni dopo la partenza del Macallè per una missione nelle acque di Port Sudan, a bordo iniziarono a verificarsi gravi problemi tecnici dovuti alle esalazioni di cloruro di metile provenienti dall’impianto di refrigerazione. L’equipaggio cominciò a manifestare sintomi di avvelenamento, tra cui perdita di coscienza, disorientamento e crisi psicofisiche. Nel giro di due giorni quasi tutto l’equipaggio risultò intossicato, compreso il comandante tenente di vascello Morone. Nel frattempo le condizioni di navigazione si complicarono: il cielo nuvoloso impediva di effettuare il punto astronomico, mentre la zona era caratterizzata da scogli, secche e isolotti. Il 14 giugno 1940 un errore di identificazione di un faro portò il comandante a ritenere erroneamente di trovarsi nelle acque delle secche di Sanganeb, quando in realtà si trovava nei pressi del faro di Hindi Gider, circa 30 miglia più a sud. Nella notte tra il 14 e il 15 giugno il sommergibile si incagliò sugli scogli dell’isolotto di Barra Musa Kebir. Parte dell’equipaggio venne trasferita sull’isola insieme a viveri e materiali di emergenza. Quando fu chiaro che il battello non poteva essere salvato, il comandante ordinò di distruggere i documenti segreti e i cifrari e di autoaffondare il sommergibile, che scivolò poi in acque profonde. L’equipaggio rimase isolato sull’isola fino a quando tre uomini – il guardiamarina Elio Sandroni, il nocchiere Paolo Costagliola e il nostromo Reginaldo Torchia – decisero di tentare una disperata spedizione con un piccolo battello per raggiungere la costa eritrea e chiedere soccorso. Dopo giorni di navigazione in condizioni estreme, con caldo intenso, scarsità d’acqua e fondali bassissimi, riuscirono finalmente a raggiungere territorio eritreo, da dove venne inviato il messaggio di soccorso. Il 22 giugno 1940 il sommergibile Guglielmotti raggiunse l’isolotto e recuperò quasi tutti i naufraghi. Solo il sottocapo silurista Carlo Acefalo morì di stenti durante l’attesa dei soccorsi e venne sepolto sull’isola.